Per intolleranze alimentari si intendono quelle reazioni avverse agli alimenti che, a differenza delle allergie alimentari, non coinvolgono il sistema immunitario. Possono essere dovute a deficit enzimatici, come ad esempio la mancanza dell’enzima lattasi che causa intolleranza al lattosio contenuto nel latte, o scatenate da una suscettibilità individuale a particolari sostanze contenute negli alimenti. Possono causare sintomi simili alle allergie come malessere generale, gonfiore addominale, vomito o diarrea.

Su questa base c’è stata una enorme diffusione di test per le intolleranze alimentari, purtroppo spesso eseguiti anche da personale sanitario delle farmacie o ambulatori medici, che non hanno però alcuna validità scientifica e sono molto costosi. I risultati di questi test possono portare all’esclusione di decine di alimenti differenti con il pericolo di creare delle gravi carenze nutrizionali senza risolvere i sintomi che hanno spinto il paziente a sottoporsi al test. In nessun modo poi, l’intolleranza ad un alimento potrebbe provocare l’aumento di peso. Gli unici test validi sono quelli per la diagnosi di intolleranza al Lattosio e al Glutine effettuati in ospedale da personale medico dopo un’attenta anamnesi ed uno studio approfondito della situazione clinica del paziente.

Per l’intolleranza al lattosio viene utilizzato il Breath test, test del respiro, che misura l’idrogeno espirato dopo l’assunzione di latte, indice di avvenuta fermentazione nell’intestino. Per l’intolleranza al glutine, che causa sintomi gravi sia a livello intestinale che sistemico, viene eseguito un approfondito iter diagnostico che prevede la ricerca di specifici anticorpi nel sangue e la biopsia duodenale. L’utilità di altri test per le intolleranze, come per esempio Vegatest, il test citotossico, l’analisi del capello o il dosaggio delle igG, non è supportata da dati scientifici e/o manca di riproducibilità. Anche i test genetici che pretendono di misurare la particolare suscettibilità ad un alimento, nonostante lascino ben sperare per sviluppi futuri, non trovano ancora alcuna utilità nella pratica clinica perché sono in fase di sperimentazione e non hanno valore diagnostico in quanto misurano solo una predisposizione genetica. Il metodo indubbiamente più efficace per identificare altre intolleranze alimentari resta la compilazione di un diario in cui annotare la sintomatologia provocata dall’ingestione di un determinato alimento.

Successivamente si prosegue con una attenta dieta di esclusione per poi passare ad una graduale reintroduzione degli alimenti. L’eventuale ricomparsa della sintomatologia fornisce indicazioni riguardo l’intolleranza a quel particolare alimento e consente di stabilire la quantità che è possibile ingerire senza avere disturbi. E’ importante avvalersi sempre di professionisti sanitari per analizzare correttamente il diario, per elaborare una corretta dieta di eliminazione e per valutare la reintroduzione di determinati alimenti.

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AUTORE

nutrizionista conti pescaraCiao! Sono il Dott. Diego Conti, laureato in Dietistica presso l’Università G. d’Annunzio di Chieti. Mi occupo da diversi anni di Nutrizione a livello professionale attraverso consulenze personalizzate ed elaborazioni di piani alimentari per pazienti sani o malati. Mi dedico all'organizzazione di workshop riguardanti la corretta alimentazione e la prevenzione tra cui l’alimentazione nello sportivo, alimentazione in gravidanza, prevenzione dei tumori e l'alimentazione del paziente oncologico o diabetico.

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